Domenica

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Maylis de Kerangal
Maylis de Kerangal è nata a Tolone nel 1967

«Si danno appuntamento in fondo alla curva, dopo Malmousque, dove la corniche ricompare sopra il litorale, via rapida incisa tra terra e mare, limitare d’asfalto. Lunga e stretta segue la costa e al tempo stesso cinge la città, ne contiene gli eccessi, congestionata nelle ore di punta, scorrevole di notte – e allora luminosa, il suo tracciato fluorescente serpeggia nelle ottiche dei satelliti in orbita nella stratosfera. Soglia magnetica al margine del continente, zona di contatto e non frontiera, perché la sappiamo porosa, trafitta da passaggi e da scale che salgono verso i quartieri vecchi o scendono giù lungo gli scogli. A guardarla si pensa a un fronte dispiegato che la vita attacca da tutti i lati, una linea di fuga planetaria, senza fine: lì sei sempre in mezzo a qualche cosa, proprio dentro. È lì che succede, è lì che siamo».

Così inizia Corniche Kennedy, un romanzo che, spiega la sua autrice, la scrittrice francese Maylis de Kerangal, «è nato da un luogo» . È emerso dalla strada litoranea che separa Marsiglia dagli scogli, rifugio serale di una marmaglia di ragazzini. Qui si radunano, respinti, feriti, lerci, eccitati e assetati «quando la primavera è matura, tesa, giugno dunque, giugno aspro e arioso, non ancora vacanza ma la scuola che comincia a cancellarsi, gradualmente sovraesposta alla luce, e il pomeriggio dura, dura, mangia la sera, si lancia dritto nel cuore della notte nera». Riversatisi fuori dagli alveari dei quartieri popolari, sulla scogliera, annusandosi, desiderandosi, i ragazzetti si trasformano. Occupano lo spazio, forzano i confini, si consumano e misurano nella sfida, prima fra tutte il gettarsi dalla «prua del Capo», il più alto degli scogli, «la punta del continente»: un ridisporsi sulla linea dell’orizzonte, rito d’iniziazione, metamorfosi che è insieme un disgregarsi e un ingigantirsi, «il corpo debordante e disorientato che riconquista un mondo dentro al mondo, non più la caduta dunque, la cosa inebriante di cadere come un sasso, ma essere contenuto nel cielo, nel mare, là dove tutto cresce e s’allarga, e tu stesso diventi il mondo», scrive de Kerangal. E poi spiega, durante un’intervista: «I personaggi è come se fossero usciti dalla pietra, se avessero preso corpo dal paesaggio che è una frontiera tra due luoghi un po’ antagonisti: dietro la città, luogo della legge e degli uomini, e davanti il mare, luogo delle emozioni, della sensualità. Due spazi che si strusciano l’uno contro l’altro lungo la corniche. I paesaggi credo portino con sé una tensione. Non potrei scrivere se non avessi prima un posto che la narrazione può abitare».

Così, a partire da un luogo, de Kerangal ha raccontato un tempo, quello dell’adolescenza. E lo ha fatto con una lingua lirica, incastonata in un gergo di strada che ha il sapore di metallo e di salsedine delle spiagge urbane e che riesce a evocare il vivere più forte della giovinezza, trascinando alla rincorsa di un tempo interminabile che, una volta passato, s’è invece concentrato, chiuso in un grumo di sensazioni difficile da distendere. Una voce che purtroppo e inevitabilmente non riesce a reggere lo spasmo, la tensione poetica che si rinnova e si rilancia a ogni capoverso e che dunque a tratti cede, facendo precipitare l’aereo castello che aveva creato, per ricostruirlo di nuovo, poche pagine dopo, con lo stesso entusiasmo e la stessa potenza. Un libro che si legge d’un fiato per paura di perdere l’inebriante suggestione che sa creare, forse anche per paura di fermarsi e trovarsi sospesi nel nulla.

Come l’adolescenza Corniche Kennedy è infatti divorante ed esaltante, fatto di vette e di cadute, di trascendenze e trascendenze inverse, sublime e, dunque, imperfetto. È un inno a corpi agili che hanno bisogno di tutto e niente, precedono tesi l’incedere del tempo, anelano al confine. Un inno alla libertà che si avvicina straziante e carica di vuoto, di tuffi folli che fanno sentire nulla al decollo e immensi all’arrivo, corpo unico col mare. Una cavalcata vertiginosa sotto la troppa luce, la luce dissacrante di quegli anni esagitati, interrotta solo da una trama di cui forse si poteva fare a meno: un sindaco caricaturale infoiato contro il branco del margine che, rischiando la (propria) vita, turba l’ordine pubblico, un poliziotto mai cresciuto, irrisolto e già in disfacimento costretto - a causa della rivolta dei ragazzini dopo un’ordinanza contro chi si lancia dagli scogli - a ingabbiare gli eccessi ginnici della banda divenuta gang, parodia forse di chi vuole cancellare il rischio dalla vita, ancorandosi a una sola certezza: quella di averla persa.

Corniche Kennedy

Maylis de Kerangal

traduzione di Maria Baiocchi, Feltrinelli, Milano, pagg.140, € 15

© Riproduzione riservata

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